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giovedì 27 giugno 2013

Liturgia funebre di fr. Edoardo (E.Bianchi)


                                                           Bose, 26 giugno 2013
                                                                      Omelia di ENZO BIANCHI
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Gv 6,37-40
Colui che il Padre mi dà verrà a me, e colui che viene a me io non lo caccerò fuori … Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda colui che mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno (Gv 6,37.39).
Queste parole di Gesù, pronunciate nella sinagoga di Cafarnao, intersecano in modo indissolubile parola di Dio, corpo e sangue del Signore e resurrezione, vita eterna.
Potremmo dire che la nostra vita è tutta costruita su queste polarità, che tentiamo di accogliere, più che di vivere, come il dono di Dio. Queste di Gesù sono parole brevi, essenziali, ma sono capaci di darci una speranza proprio dove la nostra fede si mostra debole e vacilla, proprio dove le nostre paure e le nostre angosce sembrano prevalere sulla nostra poca fede. Dio, che per noi è il vero amante, è il Padre che ci ha voluto chiamare alla vita e ha voluto darci a suo Figlio. Darci a suo Figlio significa che ha voluto conformarci all’immagine di Gesù (cf. Col 1,15-17), che ha voluto fare al Figlio il dono più bello, cioè la vita di ciascuno di noi, la vita degli uomini. Il Figlio da sempre aveva bisogno di noi, come ognuno di noi ha bisogno di avere un corpo; il Figlio ha bisogno di noi, come ognuno di noi ha bisogno di avere qualcuno da amare e a cui fare i suoi doni; il Figlio ha bisogno di noi perché è completamente unito al desiderio del Padre e vuole che in lui ogni creatura sia salvata e in pienezza di comunione. 
Proprio donando l’amore, avendo bisogno dell’amore, Dio ama l’amore, e l’amore grida all’amore, in un’estasi che non ha mai fine. Ognuno di noi è il dono che il Padre fa al Figlio Gesù, e se ognuno di noi vi acconsente, se dice “amen” a questa volontà di Dio e va da Gesù, ecco l’assicurazione delle sue parole: “Io non lo caccerò fuori”. Proprio Gesù, conoscendo l’amore del Padre, porta a compimento il suo desiderio e fa entrare ciascuno di noi con lui dentro il Regno, nella vita eterna. In queste parole di Gesù non ci sono chieste grande qualità morali, non ci è chiesta l’innocenza, non ci è chiesta neanche la mancanza di peccati: ci è chiesto soltanto di andare da Gesù, di andare dal Figlio per vedere un uomo, ma quell’uomo come Dio lo ha voluto e, nella sua umanità, vedere, riconoscere Dio. La fede è cristiana è molto semplice, potrebbe essere riassunta in questa breve affermazione: “Dio è umano e chiunque riconosce l’uomo riconosce Dio, e chiunque cammina nell’umanizzazione cammina nella divinizzazione”. Gesù non perderà chi va a lui, non lascerà che gli sia strappato dalla mano, e neppure la morte sarà in grado di operare questa separazione: Gesù nell’ultimo giorno risusciterà chi è andato a lui, per la vita eterna. E la storia di salvezza non si divide tra quelli che non hanno peccato e i peccatori, ma si divide, sì, tra quelli che sono andati da Gesù perché hanno capito che Dio è umano e chi non vi è andato perché sentiva l’umanità impossibile da amare, perché sentiva gli uomini impossibili destinatari della fiducia, perché pensava che questo mondo non meritasse la speranza.
Ma dopo aver confessato le parole di Gesù, possiamo anche leggerle nella vicenda di Edoardo, in quest’ora pasquale in cui lui, qui in mezzo a noi, celebra il suo esodo da questo mondo al Padre. Perché non siamo noi che celebriamo il suo funerale, è lui il vero celebrante di questa eucaristia e celebra il passaggio da questo mondo al Padre, lo celebra in Cristo morto e risorto. Più che mai Edoardo muore con Cristo, è sepolto con Cristo e risuscita con lui per la vita eterna (cf. Rm 6,4; Col 2,12).
Ricordiamolo. Edoardo era in ricerca di un Dio umano e approdò a Taizé, incontrando fr. Roger nel 1966. Fr. Roger mandò lui e Bruno Dente – che non può essere qui, ma che ho sentito ieri sera, suo amico, anche lui in ricerca – a trovarmi a Torino, in via Piave. Vennero un mattino di novembre e confrontarono le loro attese con le mie, che ero ormai già da un anno qui a Bose. Io offrii loro Bose, e l’anno successivo, il 1967, Edoardo venne solo a passare qualche giorno a Bose. Abbiamo una fotografia in cui è a tavola nel cortile della comunità davanti a quella cappellina in cui per anni ha pregato e dove fino a stamattina ha riposato il suo corpo. Poi il silenzio, la lontananza, ma improvvisamente nel settembre del 1969 venne. Ero solo ed ero a imbottigliare la mostarda nella stanza attualmente chiamata Cana. Disse con la sua arguzia: “Per poter mangiare questa marmellata occorre diventare monaci di Bose? Io ho deciso di venire”. E dopo qualche mese giunse anche lui, il terzo fratello dopo Domenico e Daniel. Dio l’aveva dato al Figlio, affinché lo seguisse nella vita comune, tentando di diventargli conforme. 
Edoardo era di condizione nobile, ricca, di una famiglia prestigiosa, e spogliò se stesso, conoscendo la povertà, la fatica, il duro mestiere di vivere, nella diffidenza della chiesa e senza nessuno che fosse un appoggio e un sostegno. Conobbe il freddo di Bose, la mancanza di tante cose essenziali, non superflue, e mai si lamentava. Nella sua discrezione a volte ha anche sofferto, senza mai esternare le sue fatiche, ma dicendo sempre la sua obbedienza, anche quando l’obbedienza gli costava e anche quando era molto contraddetto nella vita comune. Edoardo non vuole che noi parliamo di lui e noi lo rispettiamo, ma è nostro dovere dire che è stato un monaco fedele, perseverante fino alla fine nella vocazione monastica e nella comunità, qui a Bose, poi in Israele, poi di nuovo qui a Bose fino alla morte. Era un uomo fedele, e per il Vangelo è soltanto questo che è decisivo. I peccati Dio li perdona e li dimentica: ciò che chiede è semplicemente la fedeltà, la perseveranza, la vicinanza non a parole, non con promesse, ma chiede quella postura che nella chiesa si chiama stare in medio, “stare in mezzo”, stare in mezzo ai fratelli senza venire meno. Alla sua fedeltà Gesù risponde con la fedeltà, chiamandolo dove lui è e per darlo al Padre come una vita offerta. Un monaco fedele, perseverante, che ha detto anche il suo “amen” a Dio che lo chiamava per prenderlo nelle sue braccia; lo ha detto a fatica, non è stato per lui facile affrontare questa morte, in una pienezza di vita, ma ha saputo poi dirlo. È il primo fratello della comunità che se n’è andato. Per tutti noi sia lezione e consolazione.
Sappiamo tutti cosa diceva Voltaire dei monaci, e dobbiamo ringraziarlo per aver letto il monachesimo e averci dato una lezione. Diceva Voltaire: “I monaci si mettono insieme senza conoscersi”, ed è proprio vero, perché noi ci mettiamo insieme anche se non ci conosciamo e cerchiamo di amarci anche se non ci conosciamo. Continuava Voltaire: “Vivono insieme senza amarsi”, e questo per noi non è vero; a fatica, con le contraddizioni di ogni amore, ma ci amiamo, ci siamo amati e ci amiamo. E terminava Voltaire: “Muoiono insieme senza rimpiangersi”, e anche questo non è vero, perché proprio questo primo esodo di un fratello ci ha fatto vedere la cura, la vicinanza di tutta la comunità a lui e la sofferenza per la sua morte. Questi mesi sono stati un esercizio di amore fraterno. Alcuni, certamente i più giovani di noi, non hanno conosciuto bene Edoardo. Voglio però ricordare loro – se non l’hanno ancora capito – che la nostra vita comune non è giustificata dal fatto che ci conosciamo gli uni gli altri, ma è giustificata dal fatto che ci sforziamo di credere gli uni altri. Questo è fondamentale nella vita monastica, ed è una cosa diversa: avere fiducia gli uni negli altri, la conoscenza è sempre parziale, e ognuno di noi ha delle totali, radicali incapacità di conoscere magari alcuni altri… Nella vita monastica non c’è nessun fondamento nella conoscenza, ma nell’esercizio della fiducia questo sì.
Ecco, guardando alla nostra verità di comunità del Signore, qui in assemblea, vera comunione, vero corpo del Signore di cui Edoardo è un membro ormai nella gloria, diventiamo ora consapevoli di essere nell’eucaristia il corpo di Gesù Cristo stesso, perché il Padre ci dà al Figlio e il Figlio ci risusciterà nell’ultimo giorno.
ENZO BIANCHI